DIVERSI MONDI UNICA PROFESSIONE - PARTE SECONDA

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DIVERSI MONDI UNICA PROFESSIONE - PARTE SECONDA

DIVERSI MONDI UNICA PROFESSIONE - PARTE SECONDA

Scrivo queste righe seduto a un tavolo in una piccolissima farmacia in un piccolissimo villaggio del Nepal rurale, a circa tre ore di jeep da Kathmandu, in quello che un ortopedico conosciuto due giorni fa durante un campo medico da noi organizzato nel villaggio, ha definito “in the middle of nowhere”…definizione inglese che descrive come qui intorno realmente non ci sia nulla!!! La farmacia è stata aperta da poco con il patrocinio di una onlus italo-nepalese fondata anni fa dopo il terremoto che devastò questo paese schiacciato tra la catena hymalaiana e l’immensa India sottostante!

Perchè sono qui? Cosa ho trovato in questo posto? Di più ancora….cosa ho cercato? A volte sembra che le cose accadano perché semplicemente era il momento che dovessero accadere! A volte basta davvero poco per fare in modo che qualcosa che dentro di noi da tempo sentivamo di voler vivere diventi d’improvviso realtà. A volte seguire o non seguire le spinte che da dentro sentiamo verso diverse e nuove esperienze è più un fatto di realizzabilità pratica che non di voglia….altre è più di timore o mancanza di voglia di sperimentare e allargare i propri orizzonti che non di fattibilità! Il dato di fatto è che a volte nella vita passano treni inattesi, treni cui non si riesce o non si vuole più rinunciare….treni che ti portano verso nuove e straordinarie realtà, nel vero e proprio senso del termine, del tutto fuori dal nostro ordinario. A me è capitato circa due anni fa, quando tutto questo è iniziato.

 

Farmacista come educatore alla salute in mezzo alla gente

Da più di vent’anni lavoro come farmacista nella farmacia che era di mio padre, nel paese dove sono cresciuto; un percorso professionale pieno di soddisfazioni, con la fortuna di poter decidere giorno per giorno come gestire l’attività che conduco. Sono farmacista e continuo ad esserlo nella mia farmacia tutti i giorni. Tuttavia in un angolino dentro di me da molto tempo custodivo la voglia di provare l’esperienza di svolgere la mia professione in terre lontane, in realtà del tutto differenti, presso popoli diversi e lontani da noi. Più di tutto, ho sempre sentito che tra le varie responsabilità di un operatore sanitario debba esserci anche quella di assumersi l’onere (e l’onore…) di condividere le proprie conoscenze (è un privilegio aver potuto dedicare anni della propria giovinezza a studiare e formarsi professionalmente), di educare le persone, di provare ad aiutarle a capire cosa sia meglio ed opportuno fare nelle diverse circostanze, siano esse per un problema di salute manifesto oppure per tentare di ridurre quanto più possibile il rischio di svilupparne uno. In questi ultimi due anni in particolare, da quando la nostra vita è cambiata con l’avvento del Covid, credo che debba essere cresciuto il ruolo di educatore sanitario del farmacista, che è un anello della catena del sistema sanitario come altri, ma che a differenza di molti altri è a contatto diretto e quotidiano con la gente, come. Per la verità….dovremmo esserlo sempre….perchè questa è la enorme fortuna che noi farmacisti possiamo dire di avere rispetto a molti altri: se ci mostriamo disponibili, la gente si rivolge a noi, e noi possiamo e dobbiamo essere dei punti di riferimento! Cosa ha a che fare questa idea di educatore con la mia presenza qui in Nepal, o con quella dello scorso anno in Benin (Africa)? Molti anni fa mi capitò di sentire una frase, pronunciata da un missionario salesiano, padre Ugo De Censi, operante in un piccolo villaggio sulle Ande peruviane, rimasta impressa nel cuore e nella mente e che in questa “avventura” di missioni-lampo nei paesi del terzo mondo è diventata la mia luce-guida: se qualcuno ha fame non dargli il pesce ma insegnagli a pescare. Cosa posso dare io a queste popolazioni? Ha senso che venga qui a svolgere un lavoro, posto che tra una settimana da ora sarò di nuovo nella mia farmacia e qui non tornerò che prima di diversi mesi? No….non serve….non ha senso….e allora cosa posso fare? La risposta è EDUCARE.

Le missioni-lampo come operatore sanitario

Come detto, da tempo coltivavo la voglia di provare questa tipo di esperienza, ma il personale “treno” è passato, per una serie di coincidenze, poco più di due anni fa, quando questa avventura di missioni-lampo in realtà disagiate e lontane è iniziata: venni infatti a conoscenza dell’opportunità di partecipare, insieme ad un gruppo di volontari provenienti da diverse parti d’Italia e da diverse realtà professionali, ad una missione umanitaria in un villaggio del Nepal, organizzata da Time4life, una fondazione che da anni costantemente porta con sé volontari in diverse realtà del mondo, sempre al servizio degli ultimi, in particolare dei bambini. In questo villaggio, distrutto qualche anno fa dal terremoto, JAY NEPAL sta cercando di portare avanti un progetto di ricostruzione, per un nuovo e diverso futuro; fulcro del villaggio è il BODGAUN MEDICAL CENTER, fortemente voluto, faticosamente costruito ed inaugurato nel 2018. In quanto farmacista, ho proposto agli organizzatori di poter dare il mio contributo raccogliendo materiale sanitario utile e necessario al centro medico; una volta arrivato in luogo, ho avuto la fortuna di poter attivamente partecipare ad alcune attività, tra le quali un PEDIATRIC CAMP in un villaggio a circa un’ora di cammino da dove eravamo alloggiati. Non avevo precisamente idea di cosa avremmo vissuto, di come poter partecipare attivamente a questa che è stata un’esperienza davvero incredibile; sapevamo che i cancelli del centro medico, purtroppo in disuso per mancanza di fondi e personale, del villaggio di Bhimtar si sarebbero aperti lasciando libero accesso (libero e gratuito!!!) a una vera fiumana di donne con i loro bambini di ogni età, bisognosi di essere visitati dai quattro medici presenti, coadiuvati dal personale infermieristico e dall’azione instancabile di decine di volontari, deputati all’arruolamento dei pazienti ed alla rilevazione dei principali parametri vitali, come altezza, peso, pressione, saturazione, glicemia, temperatura corporea. I giorni precedenti eventi come questo (e due giorni fa ne abbiamo organizzato uno analogo qui a Bodgaun, questa volta all’interno della realtà del centro medico) sono e devono essere febbrilmente dedicati all’organizzazione. Ovviamente questo elemento richiede necessariamente di essere il più organizzati e più rigorosi possibile: i ragazzi nepalesi si sono dimostrati, ora come allora, davvero molto volenterosi e disponibili, mettendo in gioco tutte le loro risorse umane per sopperire alla fisiologica inesperienza e alla inevitabile carenza nella mentalità organizzativa, che a noi occidentali viene inculcata fin da giovani (nella nostra società non saper essere performanti al massimo livello possibile è considerata una carenza imperdonabile!). Abbiamo tutti lavorato instancabilmente, ognuno mettendo al servizio della causa comune le proprie risorse, sia umane che professionali. Esperienze come quella vissuta due anni fa possono entrarti talmente in profondità da non uscirne più…ed è quello che è capitato a me.

Cosa si può fare?

Tornato nella realtà quotidiana della mia farmacia, le sensazioni vissute in quel giorno del camp e nei giorni di preparazione hanno messo radici profonde: come poter mettere a punto meglio le prossime esperienze? come poter dare il mio contributo per creare un servizio (più esteso possibile e meno limitato ad eventi sporadici ed eccezionali) all’altezza della situazione per una popolazione che, rispondendo così bene a queste iniziative, dimostra di sentirne il bisogno e di viverle come una opportunità (e nelle tre esperienze in Benin ho potuto rilevare esattamente la stessa cosa)? Raccogliere materiale (come abbiamo fatto grazie alla enorme generosità delle tantissime persone che aderirono due anni fa alla campagna di raccolta di vitamine per i bambini dei villaggi, indeboliti e per questo più ricettivi alle malattie, denutriti o mal nutriti) non basta, se poi chi riceve quanto raccolto non ha gli strumenti, la formazione professionale e il rigore mentale per gestirli al meglio.

Un amico conosciuto durante una delle missioni, al ritorno a casa ha scritto una frase paradossale che mi piace moltissimo: “fare del bene donando agli altri è una delle più alte forme di egoismo, perchè quanto diamo nel concreto non è minimamente paragonabile a quanto riceviamo nel profondo”! Penso che il sorriso delle persone, che pazientemente per ore ha atteso il proprio turno in ogni campo medico cui ho partecipato, prima per essere visitate e poi per ritirare i medicinali nelle piccole farmacie di volta in volta allestite, ha illuminato giornate memorabili e scaldato i nostri cuori nel profondo. Da tutte le parti in giro per il mondo, anche qui da noi, nel nostro mondo apparentemente ipercivilizzato, esistono realtà di bisogno….ovunque, ogni giorno; forse ognuno di noi potrebbe provare a cercare nel proprio correre quotidiano un momento per guardarsi intorno e capire come poter aiutare chi ha bisogno: ho avuto la fortuna di poter vivere esperienze travolgenti, di essere stato parte di un bellissimo ingranaggio in cui convogliare vent’anni di professione. Ogni volta ho ricevuto sorrisi, gratitudine, applicazione, impegno, soprattutto fiducia….e sì, ha ragione il mio amico, ho ricevuto più di quanto in pochi giorni ho potuto dare.

Progetto-Nepal

Nel concreto, in questi giorni qui in Nepal, mi sto dedicando a mettere a punto questo minuscolo prototipo di farmacia, con l’obiettivo nel prossimi mesi e anni (se il progetto riuscirà a proseguire….non ci sono mai certezze in realtà come queste) di aprirne altre in altri villaggi vicini, dove non c’è un centro medico come quello presente qui a Bodgaun, e dove davvero la salute viene considerata come un elemento di secondo piano. L’idea non è molto diversa da quella che nel corso dei decenni passati ha portato all’apertura dei dispensari in località sperdute nelle nostre valli. Le farmacie possono essere, prima ancora che dei distributori di presidi, dei punti di riferimento per la salute: prevenire prima ancora di dover curare, vero principio ispiratore della cosiddetta farmacia dei servizi , evoluzione della realtà farmacia in cui credo moltissimo. Così come nei piccoli paesi delle nostre valli, dove non ci si poneva il problema di sottoporsi a controlli preventivi, per cui le malattie spesso venivano affrontate tardi, anche qui (e per QUI non intendo solo il Nepal rurale, ma ogni “altrove del mondo” dove centinaia, migliaia di persone si adoperano ogni giorno con lo stesso obiettivo) manca drasticamente l’abitudine a pensare di potersi rivolgere ad operatori sanitari se non si è molto debilitati. Le ferite ai piedi delle persone africane che sono venute, mesi e mesi dopo essersele procurate, al campo medico organizzato solo perché sapevano che c’eravamo noi sono solo uno dei mille esempi che chiunque abbia avuto modo di toccare con mano queste realtà può raccontare. La dignità di ogni essere umano, in particolare di ogni “ultimo della terra”, merita lo sforzo di provare a fare qualcosa per insegnare loro a prendersi cura di sé stessi e di ciò che possono avere e ricevere. Donare non basta. “Take care” (“prendetevene cura”): questo dicevo ieri sera ai ragazzi che lavorano nel centro medico, dopo avergli letteralmente ribaltato gli scaffali della farmacia dove tutto era ammassato alla rinfusa, ed aver rimesso tutto a posto dando un ordine e un criterio. Prendetevi cura….di ciò che avete per le mani e di tutti coloro che possono e devono capire di poter affidare a voi la tutela della propria salute! Perché, come ha detto l’ortopedico due giorni fa, qui qualcuno ha costruito un gioiello “in the middle of nowhere”